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Storia |
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il testo sottostante è tratto dal volume
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La
sua popolazione complessiva attualmente supera di poco i 5300 abitanti
a seguito del forte esodo dalle campagne e del flusso emigratorio
verso l’estero e verso le città industriali del nord, avvenuto
particolarmente negli anni cinquanta e sessanta.
La
sua economia poggiava fondamentalmente sull’agricoltura, condotta a
mezzadria e solo in piccola parte a conduzione diretta. Incrociando
i dati dei censimenti e del catasto agrario, è possibile affermare che
agli inizi degli anni trenta del Novecento gli addetti all'agricoltura
rappresentavano circa il
70% della popolazione.Tra questi, in larghissima prevalenza c'erano i
coloni mezzadri e i braccianti. Tra i cosiddetti possidenti, in
moltissimi erano proprietari di minimi appezzamenti di terreno
(inferiori ai 5 ettari) e in pochi erano proprietari di estese aziende
agricole ( da 20 fino a oltre 100 ettari). I patti colonici in vigore,
ivi comprese le numerose regalìe, non erano certo favorevoli ai
mezzadri, che lavoravano una terra non propria, perchè essa era del
padrone. Ne deriva che le condizioni di vita dei contadini durante il
fascismo erano molto disagiate e che essi aspiravano a migliorare la
propria situazione: la giustizia sociale era sicuramente al centro degli
ideali del movimento partigiano e così è facile capire perchè alcuni
contadini parteciparono direttamente alla lotta e perchè molti
contadini aiutarono i partigiani a nascondersi e a procurarsi il cibo. Altre
attività economiche di un certo livello erano rappresentate
dall’industria estrattiva della pietra e soprattutto
dello zolfo nella vicina miniera di Cabernardi. Diffuso
pure era l’artigianato, specie nei piccoli centri di campagna:
calzolai, muratori, fabbri, sarti
e falegnami. Le condizioni di vita di tutte le categorie erano di marcata
indigenza: infatti gran parte della popolazione era iscritta
nell’elenco dei poveri. Tutta
la campagna e molti centri abitati delle frazioni erano sprovvisti di
luce elettrica, di telefono, di acquedotti e di conseguenti
servizi igienici. Non migliore era la situazione scolastica e
prescolastica. Nelle frazioni non esisteva la scuola materna e gli
alunni della scuola dell’obbligo dopo aver percorso a piedi anche dieci
chilometri di strada, potevano frequentare in strutture rimediate
e spesso fatiscenti fino alla terza o al massimo la quarta classe
elementare. Soltanto
nel capoluogo esistevano il corso completo delle elementari, una scuola
di avviamento commerciale, una scuola di arte e mestieri e una scuola
materna privata. Molto diffuso pertanto era l’analfabetismo. A
fronte di questa situazione, il quadro politico-sindacale presenta, tra
la fine della prima guerra mondiale e la fine delle libertà
democratiche decretate dal fascismo al potere, un panorama ricco,
articolato e molto animato, come testimoniano le numerose documentazioni
d'archivio e le cronache del settimanale fabrianese "Il
Martello". In Arcevia esistevano: la sezione del Partito Socialista
Italiano e quella del Partito Repubblicano, la Lega proletaria fra
mutilati, invalidi e reduci della guerra, la Lega di
miglioramento tra operai, che si allarga ai contadini e alle
filandaie, un Gruppo anarchico-libertario, l'Associazione contro il caro
viveri. A queste si possono aggiungere la Lega tra muratori e manuali,
la Lega dei fornaciai, il Circolo di Cultura Popolare e i Circoli
Proletari Educativi di Palazzo, Piticchio e Ripalta. Dal giugno 1919
tutte queste associazioni avevano anche una sede fisica di riunione,
elaborazione e ricreazione, denominata " Casa del
Proletariato". Ingente la quantità delle iniziative consistenti in
manifestazioni, comizi, stampa di manifesti, proselitismo, elaborazione
di rivendicazioni e di proposte al consiglio comunale. Le ribellioni
individuali contro lo sfruttamento e la disoccupazione, per migliorare
le condizioni economiche e morali dei lavoratori e garantire l'esercizio
dei diritti si assommavano verso una prospettiva di emancipazione
collettiva, che incontra il fascino della rivoluzione sociale della
Russia. L'impegno spaziava dalla necessità di riscrittura dei patti
colonici alla richiesta di opere pubbliche ( come l'ampliamento
dell'ospedale e la costruzione di nuove scuole), con uno sguardo
lungimirante alla dimensione internazionale: le sottoscrizioni per le
vittime politiche interne e per la carestia in Russia dell'ottobre 1921
coinvolgono anche gli emigranti arceviesi all'estero e il 16 ottobre
dello stesso anno si svolge un grande comizio di protesta contro la
feroce e ingiusta condanna inflitta negli Stati Uniti a Bartolomeo Sacco
e Nicola Vanzetti. In questo clima certamente non disteso, dove
operavano anche l'Associazione dei Proprietari dei Terreni, il Sindaco,
i Carabinieri Reali e le Parrocchie, si inserisce la nascita del Fascio
Arceviese di Combattimento, datata 13 febbraio 1921 con l'inaugurazione
del gagliardetto nel successivo 21 aprile: il Fascio contava 75 iscritti
e aveva sede in Corso Vittorio Emanuele, n. 6. Veramente utile per la
comprensione del periodo quanto riportato in una nota alla Questura di
Ancona da parte dei locali Carabinieri: "...L'Associazione è apolitica, ma i suoi dirigenti la orientano
verso i principi d'ordine. Non presenta alcun pericolo per l'ordine
pubblico, anzi lo difende da elementi bolscevichi. Non fa propaganda
alcuna, però è bene organizzata, pronta a difendere le istituzioni
nazionali e a sopraffare le prepotenze dei sovversivi". Dello
stesso tenore interpretativo appare la nota analoga sulla costituzione
della sottosezione fascista di Loretello del 10 febbraio 1923. Le
condizioni della legalità si deteriorano velocemente fino
all'instaurarsi della dittatura. Ma durante gli anni del fascismo ogni
primo maggio una bandiera rossa spuntava sul Monte della Croce. La
Resistenza a)
Contributo della popolazione di Arcevia alla lotta partigiana I cittadini di Arcevia chiamati alle armi nell’ultimo conflitto mondiale furono circa 2500. Di questi 150 non fecero ritorno alle loro case, tra caduti in combattimenti nei vari fronti e dispersi. L’argomento tuttavia che si vuol trattare e documentare di questo periodo storico, è rappresentato dal contributo della gente di Arcevia alla guerra di Liberazione Nazionale che certamente rappresenta una delle pagine più gloriose della sua storia. A seguito dello sbandamento generale dell’esercito italiano succedutosi alla dichiarazione di armistizio da parte del governo Badoglio nell’8 settembre 1943, gran parte dei militari in servizio nel territorio metropolitano fece ritorno nelle loro case, nonostante le autorità tedesche di occupazione avessero fatto affiggere dei manifesti con minacce di morte contro quanti disertassero. Molti giovani stanchi della guerra che non avevano mai condiviso nelle sue finalità e mossi dall’avversione verso gli occupanti tedeschi, preferirono raggiungere le formazioni Partigiane che intanto si andavano costituendo nelle nostre montagne. Anche decine di prigionieri stranieri, soprattutto jugoslavi, fuggiti dopo l'8 settembre dal campo di concentramento di Arezzo, raggiunsero a piedi il nostro territorio trovando ospitalità presso alcune famiglie. Molti di questi prigionieri poi andarono a raggiungere le formazioni partigiane in montagna. Se oggi Arcevia e Ribnica (cittadina della Slovenia) sono unite da un Patto di Amicizia, consacrato ufficialmente nel gemellaggio del 1972, si deve proprio alla lotta partigiana condotta insieme contro il comune nemico nazi-fascista e per gli stessi ideali di libertà , di giustizia sociale e di pace. Certamente favorirono il il sorgere e lo svilupparsi della lotta partigiana sia la natura montagnosa del nostro territorio, cosparso di spesse boscaglie di querce, di pino e di altri alberi, sia soprattutto le tradizioni patriottiche e progressiste radicate nella sua popolazione e risalenti al primo Risorgimento e agli anni immediatamente successivi alla fine della prima grande guerra mondiale. Questi sentimenti di patriottismo e di emancipazione politica rimasero sopite, ma non cancellate nella coscienza degli arceviesi durante il ventennio fascista. Furono proprio queste caratteristiche a determinare la piena adesione di gran parte della popolazione e, in particolare, dei contadini alla lotta della Liberazione Nazionale. Ben presto le case coloniche diventarono le nostre caserme e le sedi dei comandi militari e partigiani; le stalle, i fienili e le capanne si trasformarono in dormitori; le loro povere dispense diventarono le fonti principali del nostro sostentamento. I contadini preferirono dare quel poco che avevano ai partigiani, piuttosto che versare agli ammassi determinate quantità di derrate alimentari anche con il rischio di forti minacce per questa loro inadempienza. Per questo pieno appoggio dei contadini alla resistenza decine di case coloniche furono date alle fiamme e molti di loro persero la vita per aver dato alloggio ai partigiani. Ne sono una testimonianza la famiglia colonica Mazzarini, che a Monte S.Angelo aveva ospitato nella sua abitazione il gruppo partigiano omonimo. La loro casa venne distrutta completamente e sette componenti della famiglia, compresa la piccola Palmina, di sei anni, vennero massacrati nel rastrellamento nazi-fascista del 4/5/1944. Si salvarono solo i tre figli a servizio presso le famiglie della zona. Altra testimonianza è data dalla famiglia contadina Romagnoli di Ripalta. Il padre Pietro ed il figlio Romolo furono fucilati dai tedeschi per aver dato ospitalità al distaccamento “Patrignani Marino” e la loro casa venne data alle fiamme. Così pure i coniugi Talari Pietro e Venanzoni Maria di Avacelli vennero fucilati e la loro casa distrutta. La stessa sorte subì il mezzadro Baioni Augusto. Altre abitazioni coloniche che ospitarono i partigiani furono quelle di Romani Massimo di S.Croce e di Carbini Nazzareno di Castiglioni. Furono sedi del comando militare partigiano la casa colonica del partigiano Petrolati Ernesto di Magnadorsa. Tra i partigiani e i suoi familiari si stabilirono rapporti di amicizia così intensi che la “Capoccia” veniva da tutti chiamata “Mamma Teresa”. Altra sede fissa per le riunioni del Comando partigiano fu la casa colonica di Profili Oreste di Castiglioni. Tra il comandante di zona, Quinto Luna e lo stesso Oreste si stabilirono quegli stessi rapporti affettivi che passano fra due fratelli. Si è voluto mettere in evidenza queste testimonianze e i profondi sentimenti di amicizia che legavano i partigiani e le famiglie dei contadini che li ospitavano per mettere in risalto il ruolo determinante svolto dai contadini nella guerra partigiana e per il suo successo. Ma tutto questo tuttavia non significa affatto che altre categorie di cittadini, come gli operai, gli artigiani, gli imprenditori, i professionisti e gli studenti, non avessero partecipato con spirito di completa dedizione e di abnegazione alla lotta partigiana. Anche le donne presero parte a questa lotta, impegnandosi particolarmente nell’importante servizio di staffetta per tenere i collegamenti tra i vari gruppi partigiani e tra questi e il comando militare di zona. Infine, in cifre, quello che è stato il contributo di sacrifici di sangue e di danni materiali subiti da Arcevia e dalla sua gente nella guerra di Liberazione Nazionale. 1) Partigiani combattenti e patrioti riconosciuti dalla Commissione Regionale Marchigiana n. 446; 2) Partigiani caduti in combattimento e fucilati per rappresaglia n. 68 di cui n. 42 arceviesi; 3) Giovani di Arcevia fatti prigionieri nel rastrellamento del 4/5/1944 e condotti nel campo di concentramento di Sforzacosta n. 70 di cui due morti nei campi di concentramento in Germania e soldati morti nei campi campi di concentramento in Germania n. 9; 4) Civili caduti a seguito di bombardamenti aerei, di artiglieria e esplosioni di mine n. 18; 5) Partigiani decorati di medaglia d’argento n. 8; 6) Abitazioni incendiate per rappresaglia n. 15; 7) Perdite nemiche: caduti in combattimento e giustiziati n. 60; 8) Materiale bellico catturato al nemico: moschetti n. 62, fucili mitragliatori n. 6, mitragliatrici pesanti n. 3, pistole n. 14, munizioni varie n. 12.000; 9) Ponti distrutti n. 32. b)
Attività partigiane Questa
parte della relazione è tratta dai ruolini dei comandanti e dei
commissari politici partigiani, i cui testi originali sono depositati
presso l’Archivio Storico dell’Istituto Regionale per la Storia del
Movimento di Liberazione delle Marche e presso l’Ufficio per il
Servizio Riconoscimento Qualifiche e Ricompense ai partigiani del
Ministero della Difesa. Questo
testo pertanto rappresenta una sintesi degli azioni di guerra più
importanti, che hanno
caratterizzato la lotta partigiana arceviese nel rispetto più puntuale
dell’ordine cronologico dei fatti e alla luce di testimonianze dirette
da parte di protagonisti partigiani ancora viventi. Subito
dopo l’8 settembre 1943 in Arcevia non tardano a sorgere i primi
nuclei partigiani e a costituirsi il Comitato di Liberazione Nazionale
con la partecipazione di rappresentanti dei vari partiti antifascisti
allora organizzati, presieduto da un noto antifascista e perseguitato
politico, Mario Zingaretti, originario di Arcevia e sfollato in quel
periodo da Ancona. Le
formazioni partigiane operanti nel territorio comunale in tutto il
periodo della resistenza furono: il distaccamento “S.Angelo”,
comandante Avenanti Attilio (Polli) e commissario politico Renato
Bramucci (Uliano); il distaccamento “Patrignani Marino”, comandante
Gino Lazzari (Leò) e commissario politico Arnaldo Giacchini (Uliano);
il distaccamento “Alessandro Maggini”, comandante Domenico Biancini
(Sirio), e commissario politico Cornelio Ciurmatori (Bibì). Inoltre
nel territorio operavano i seguenti gruppi di azione patriottica: il
G.A.P. di S.Mariano, comandante Gino Sopranzetti; il G.A.P. di
Castiglioni, comandante Nerio Giovanetti; il G.A.P. di Loretello,
comandante Attilio Belardinelli. Il
comando di zona era formato da Quinto Luna (Simone), da Alberto Galeazzi
(Alba) e da Alfredo Spadellini (Frillo), già volontario in Spagna nelle
brigate internazionali. Le
prime azioni partigiane furono dirette al recupero delle armi, alla
assistenza di prigionieri stranieri, fuggiti dai campi di concentramento
e degli sfollati e all’approvvigionamento di viveri per la
popolazione. Il
24 dicembre 1943 divenne operativo il primo raggruppamento partigiano a
Monte S.Angelo, composto inizialmente di 18 uomini, armati di moschetto,
di fucili da caccia e di qualche bomba a mano. Il
20 gennaio del 1944, il gruppo attaccò la caserma dei carabinieri e
militi di Montecarotto, al solo scopo di impadronirsi delle armi ma per
il rifiuto opposto dal comandante della caserma, fu aperto il fuoco e
due militi rimasero uccisi; riportarono ferite anche due partigiani. Dopo
questa azione il comando del gruppo “S.Angelo” passò al partigiano
Domenico Biancini a causa di una malattia del comandante Attilio
Avenanti. Il
2 febbraio 1944 alcuni partigiani del gruppo “S.Angelo” si unirono
alle formazioni partigiane del fabrianese per dare l’assalto ad un
treno fermo nella stazione di Albacina, carico di 720 giovani, prelevati
in diverse città d’Italia per essere deportati in Germania. Ne
nacque una violenta sparatoria contro la scorta del treno e nel
combattimento due partigiani rimasero uccisi, ma l’operazione riuscì
nel suo intento di liberare quei giovani. Anzi uno di questi, Bollati
Luigi di Milano, entrò poi a far parte del nostro gruppo partigiano. Il
6 febbraio 1944 il gruppo “S.Angelo” si portò presso il deposito di
armi e di equipaggiamenti vari del presidio fascista di Arcevia e si
impadronì di cinque moschetti, di munizioni varie, di coperte e
cappotti. Prelevò
anche alcuni quintali di sale che in gran parte venne distribuito alla
popolazione. Sempre
in questo periodo vennero perquisite alcune abitazioni di fascisti e un
deposito di armi nella stazione ferroviaria di Senigallia. Questa
operazione fruttò il seguente bottino: 6 fucili mitragliatori, 60
moschetti, una mitragliatrice pesante, 3 casse di bombe a mano e di
munizioni varie. Con
questo materiale bellico è stato possibile armare più adeguatamente il
gruppo “S.Angelo” che intanto si andava sempre più arricchendo di
nuovi elementi. Dopo
due attacchi alla posizione tenuta dal gruppo S.Angelo da parte dei
militi della della Guardia Nazionale Repubblicana di stanza a
Cabernardi, il 17 aprile 1944 venne effettuato l’assalto al presidio
fascista, posto a guardia della miniera di zolfo di Cabernardi. La
sorprea e la buona conduzione portarono al pieno successo. Tutto il
presidio composto in quel momento di 13 militi si arrese. La baracca che
serviva da dormitorio al presidio venne bruciata; mentre un milite
fascista rimasto ferito nello scontro venne ricoverato all'ospedale di
Arcevia, gli altri militi furono portati al Monte Sant'Angelo dove
furono tenuti prigionieri sotto stretta sorveglianza. Abbondante è
stato il bottino di guerra: 4 mitra “Beretta”, un fucile
mitragliatore, 7 moschetti, mezza cassa di bombe a mano, una cassa di
munizioni e una pistola. Nel pomeriggio dello stesso giorno circa 50
fascisti armati sopraggiunsero nella zona del Monte Sant'Angelo per
attaccare il gruppo e liberare i camerati prigionieri. Allertati dalle
sentinelle, i partigiani si predisposero a una pronta difesa adottando
la tecnica dell'accerchiamento. Dopo un'ora e mezza di sparatoria, i
fascisti si sganciarono e ripiegarono in fuga precipitosa portandosi
dietro alcuni feriti; da parte partigiana non si ebbe a subire alcuna
perdita. Il
27 aprile 1944 lungo la strada Arcevia-Sassoferrato venne bloccata una
pattuglia fascista a bordo di una moto “Alce”. I due militi vennero
fatti prigionieri e portati a Monte S.Angelo, venne sequestrata la moto,
due mitra e una pistola. Nello
stesso giorno venne catturata una spia fascista in possesso di una
pistola e passata per le armi. Praticamente
tutto il vasto territorio del Comune era sotto il controllo dei
partigiani. Ad
Arcevia e in altre località del Comune dopo oltre vent’anni si poté
celebrare con canti e sventolio di bandiere la giornata del 1° maggio,
festa simbolo dei lavoratori. Questa
situazione aveva così allarmato e gettato nel panico il presidio
fascista di Arcevia, le autorità repubblichine e i collaboratori civili
dei nazi-fascisti da indurli a richiedere rinforzi alle SS tedesche per
una lezione esemplare e radicale alle forze partigiane. Correva
infatti sempre più insistente la voce di un imminente rastrellamento
nemico. Il
comando partigiano in previsione di questo rastrellamento, impartì
l’ordine al gruppo “S.Angelo” di dividersi in gruppi e di portarsi
in tre direzioni diverse; uno in località S.Donnino di Genga, un altro
in località Avacelli di Arcevia e il terzo in località Colonnetta di
Serra de’ Conti. A Monte S.Angelo dovevano rimanere soltanto pochi
partigiani a bada dei prigionieri fascisti, pronti a fuggire alle prime
avvisaglie dell’azione nemica. Ma
un fatto sconcertante si verificò nella tarda serata del 3 maggio 1944. Una
formazione partigiana, proveniente da Vaccarile di Ostra al comando di
Manoni Onelio, già brigadiere
dei carabinieri , nell'ambito di una riorganizzazione di tutte le forze
partigiane locali doveva raggiungere San Donnino, ma giunta in camion a
Montefortino decise di fermarsi al Monte Sant'Angelo, dove si
unì a quei pochi partigiani, rimasti a guardia dei prigionieri fascisti
e, per la stanchezza dello spostamento , decise di pernottare nella casa
colonica. Alle
prime luci dell’alba del 4 maggio 1944 circa duemila soldati tedeschi
e fascisti con autoblinde, cannoni, mortai e lanciafiamme hanno dato
l’assalto al Monte S.Angelo. Nei pressi della casa colonica si accese
una cruenta ed impari battaglia tra le soverchianti forze nemiche ed i
pochi partigiani che spararono fino all’ultimo colpo. Soltanto
alcuni partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a mettersi
in salvo; tutti gli altri, compresi sette componenti della famiglia
Mazzarini e tre partigiani jugoslavi persero la vita nel combattimento. Nemmeno
la piccola Palmina, stretta tra le braccia della mamma, venne
risparmiata dalla furia nazi-fascista. Nella
furia della battaglia morirono anche i prigionieri fascisti Dopo
aver portato a termine il massacro di Monte S.Angelo, i nazi-fascisti si
portarono a Montefortino, dando la caccia al partigiano di casa in casa. Vennero
presi undici partigiani, i quali, dopo essere stati denunciati,
punzecchiati con le baionette, torturati ed alcuni anche evirati,
vennero fucilati e i loro corpi gettati in un fosso. Altri
sette partigiani, fatti prigionieri in varie località del territorio
comunale furono portati sotto le mura di S.Rocco di Arcevia e alla
presenza della cittadinanza, costretta ad assistere, vennero fucilati. Nei
giorni successivi vennero fatti prigionieri altri settanta giovani
arceviesi e condotti nel campo di concentramento di Sforzacosta
(Macerata). Molti
di questi riuscirono a fuggire, ma gli altri vennero condotti in
Germania nei campi di concentramento. Due di loro: Carboni Luigi e
Santini Giorgio morirono nei lager nazisti. Atti
di vero eroismo accompagnarono queste tragiche vicende. Una
filandaia Armanda Grandini, dall’alto del finestrone della vecchia
filanda, posta sopra le mura di S.Rocco, lanciò forte il grido di
“assassini” in direzione del plotone di esecuzione. Il
partigiano Marino Patrignani, prima di venire fucilato, si cavò le
scarpe e le scagliò contro il plotone di esecuzione, gridando: “Viva
l’Italia libera”. Il
partigiano Eraclio Cappannini, prima di salire sul camion che lo avrebbe
trasportato nel luogo dell’esecuzione, raccolse per terra un pezzo di
carta, dove scrisse una lettera commovente ai propri genitori. Remo
Latini nell’imminenza della fucilazione, al confessore Don Filippo
Neri, ebbe a dichiarare: “perdono tutti anche i miei carnefici”. Questo
giovane raggiunse le formazioni partigiane per non seguire il padre
nella sua attività di ladruncolo di polli. E’ stato poi il padre
stesso a segnalarlo e a farlo catturare dai fascisti. L'analisi
storica della documentazione disponibile e delle testimonianze può
ricondurre il tragico evento all'interno di questa interpretazione: da
una parte la sicurezza delle forze partigiane nel controllo del
territorio ( cui ad esempio doveva sottostare anche il commissario
prefettizio), dall'altra la sottovalutazione del pericolo costituito
dall'azione dell'esercito tedesco in ritirata dal sud delle Marche, che,
coadiuvato dai più tenaci sostenitori del regime, tendeva a fare terra
bruciata alle sue spalle. I
rastrellamenti nazi-fascisti causarono nell’animo dei partigiani un
senso profondo di sgomento e di amarezza per la perdita di tanti
compagni di lotta, ma non certamente la disperazione ed il cedimento;
anzi un a grande volontà di continuare la lotta fino in fondo. Infatti
il 17 maggio 1944 tutti i partigiani superstiti si portarono nella
macchia di Fugiano, posta tra Castiglioni e Avacelli e lì, assieme ai
comandanti di zona, si decise di dar vita a due nuove formazioni
partigiane: al distaccamento “Patrignani” e la distaccamento
“Maggini”. La
guerriglia così riprese ben presto con maggiore slancio, con più
rapidità di movimenti e con più efficacia di colpi inferti al nemico. Della
ripresa della lotta partigiana lo testimonia un documento segreto
dell’esercito tedesco trovato addosso ad un militare, ucciso in
combattimento dai partigiani del Montefeltro (Urbino). In
questo documento la strada principale che dalla Costa conduce in Arcevia
viene indicata con una linea rossa continua da percorrersi solo con la
scorta armata. Il
25 maggio 1944 il distaccamento Maggini lungo la strada rotabile
Montale-Barbara bloccò una corriera che trasportava dei giovani
rastrellati che vennero liberati e il milite che li accompagnava, padre
di sei figli, venne disarmato e lasciato libero. Il
30 maggio 1944 i due distaccamenti, il “Maggini” e il
“Patrignani” con i G.A.P. di Castiglioni occuparono Serra de’
Conti. Vennero disarmati i carabinieri della stazione; venne passata per
le mani una spia fascista e venne fatto saltare un ponte di quattro
arcate in località Piana lungo la strada rotabile Serra de’
Conti-Senigallia. Il
primo giugno il distaccamento “Patrignani” nei pressi di Montale
fermò il famigerato signore della milizia, Vito Cappellini di Fano, che
transitava a bordo della sua macchina e venne passato per le armi. Il
3 giugno in località Colonnetta, i partigiani del “Patrignani”,
aprirono il fuoco contro il commissario di Arcevia Giorgetti, e la sua
scorta. Ma a causa dell’inceppamento del fucile mitragliatore il
Giorgetti riuscì a portarsi fuori tiro e a salvarsi, ma i quattro
militi della sua scorta rimasero sul terreno. Dopo alcuni giorni venne
ucciso per rappresaglia il partigiano Baldetti Cesare. Il
5 giugno i partigiani dei due distaccamenti occuparono il Comune di
Genga; vennero interrotte le comunicazioni telegrafiche e telefoniche e
nei pressi della stazione ferroviaria venne aperto il fuoco contro una
macchina con a bordo due soldati tedeschi, di cui uno venne ucciso e
l’altro ferito gravemente. Nell’operazione vennero sottratti un
parabellum e due pistole. Nei
giorni successivi furono fatti saltare con la dinamite diversi ponti
stradali per rendere più difficile gli spostamenti e il ripiegamento
del nemico lungo le rotabili Arcevia-Jesi, Arcevia-Senigallia,
Arcevia-Serra S.Quirico, Arcevia-Fabriano, Arcevia-Pergola. Il
10 giugno il distaccamento “Patrignani”, avvertito da una staffetta
sul passaggio del nemico, si mise all’inseguimento delle truppe
tedesche in ritirata lungo la strada Ripalta-Castelleone di Suasa, ma
per il sopraggiungere della notte e nella impossibilità di stabilire il
contatto con il nemico, venne deciso di sospendere l’inseguimento.
Nella via del ritorno al cigolare di un carro e al rumere degli zoccoli
di un cavallo venne aperto il fuoco. Dalla sparatoria che ne seguì, due
soldati tedeschi rimasero uccisi, ma il cavallo si salvò senza
riportare nemmeno una scalfittura. Questo
fatto strano è potuto accadere perché il cavallo ai primi spari fece
marcia indietro e ritornò nella sua stalla dalla quale qualche ora
prima era stato prelevato dai due soldati tedeschi che ora giacevano
morti nel carretto. Il
12 e il 13 giugno il distaccamento “Maggini” occupò il capoluogo di
Barbara e di Castelleone di Suasa. Dopo aver tagliato i cavi telefonici
vennero disarmati i carabinieri e si fece il seguente bottino: 8
moschetti, 20 caricatori e diverse bombe a mano. Il
15 giugno gli uomini del distaccamento “Maggini” si portarono nella
miniera di Cabernardi, disarmarono i militi di quella stazione e dal
deposito asportarono un notevole quantitativo di esplosivo. Il
23 giugno i partigiani dei due distaccamenti in una azione combinata
appostati su due alture diverse, aprirono il fuoco contro una colonna
tedesca ippo-trainata in ritirata. La battaglia si protrasse per circa
mezz’ora con il seguente risultato: otto soldati tedeschi e due
cavalli uccisi, altri feriti; molto materiale bellico andato distrutto o
irrecuperabile per il rovesciamento di un carro lungo un burrone. Da
parte partigiana andò perduto un fucile mitragliatore, fatto saltare
dallo scoppio di una bomba. Il
25 giugno i due distaccamenti in collaborazione con il G.A.P. di
Castiglioni nei pressi della località “Croce del Moro”, tesero
un’imboscata ad un reparto tedesco a cavallo in ritirata. Nella
sparatoria che ne seguì i tedeschi persero quattro cavalli e
abbandonarono un cannone da 149 prolungato, reso poi inservibile per
l’impossibilità di trasportarlo. Il
2 luglio i partigiani del distaccamento “Patrignani” aprirono il
fuoco contro una moto carrozzina con tre tedeschi a bordo lungo la
strada Arcevia-Conce. I tre tedeschi rimasero uccisi e venne fatto il
seguente bottino: due parabellum e una pistola. Nella
notte tra il 13 e il 14 luglio 1944 il distaccamento “Patrignani” in
collaborazione con il G.A.P. di S.Mariano occupò il capoluogo di
Arcevia bloccando tutte le strade di accesso. Su indicazione del comando
militare di zona e del C.L.N. prelevarono dalle loro case tredici
persone accusate di spionaggio a favore dei tedeschi, e in località
“Madonna dei Monti”, dopo un processo sommario furono passate per le
armi. Il
fronte alleato avanzava verso nord, ma la guerra continuava Nel
pomeriggio del 14 luglio due tedeschi in motocicletta vengono
intercettati sulla strada Montefortino-Palazzo intenti al sequestro di
generi alimentari in possesso dei civili: vengono attaccati e disarmati.
Il materiale loro sequestrato venne restituito ai legittimi proprietari.
Le rivoltelle e la motocicletta vennero messe a disposizione degli
uomini del distaccamento S.Angelo. Il
29 luglio del 1944 i tedeschi in fase di ritirata con pezzi di
artiglieria piazzati lungo la Collina di Piticchio cannoneggiarono la
frazione di Castiglioni, causando cinque morti e diversi feriti. Il
30 luglio sempre nella
Collina di Piticchio un contadino uccise un soldato tedesco,
responsabile di aver stuprato una donna. Per
rappresaglia oltre cento ostaggi tra anziani, donne e bambini vennero
racchiusi in una capanna e minacciati di morte, se entro ventiquattro
ore non si fosse presentato il responsabile dell’uccisione del
soltanto tedesco. Fortunatamente
questa carneficina non ebbe più luogo perché l’artiglieria degli
alleati che avevano già liberato Montecarotto, su segnalazione dei
partigiani iniziarono a cannoneggiare le posizioni, dove erano accampati
i tedeschi, costringendoli a darsi
alla fuga. La
Liberazione era vicina: d'ordine del Comando tedesco, in due note del
Comune datate 21 luglio e 1° agosto si intima a tutti i possessori di
autovetture, autocarri, motociclette, biciclette, pneumatici, benzina,
benzolo e olio lubrificante di consegnare immediatamente tali materiali.
Gli avvisi concludono minacciosamente che "tutti coloro che, a
seguito di perquisizione domiciliare, verranno trovati in possesso di
detti materiali saranno passati per le armi" Il
9 agosto infine, quando già il capoluogo di Arcevia era stato liberato
dalla Brigata Maiella, da reparti della Nembo e dalle truppe polacche,
in località Ripalta di Arcevia un contadino, Cecchini Cesare, nonno
dell'ex vescovo di Fano, venne ucciso dai tedeschi, perché responsabile
di aver indicato alle truppe alleate la posizione delle mine, messe
nel campo, che lui lavorava. La
collaborazione dei partigiani con gli alleati si manifestò anche con lo
sminamento delle strade non appena i tedeschi si ritiravano dalle
postazioni e con l'indicazione precisa dei luoghi del ripiegamento
tedesco al fine di bombardamenti tempestivi e mirati. Con
la liberazione di Arcevia, avvenuta precisamente il 5 agosto 1944, non
ebbe termine il contributo della sua gente alla lotta di Liberazione
Nazionale. Molti partigiani arceviesi decisero di continuare a
combattere fino alla completa liberazione della Patria, arruolandosi nei
reparti del ricostituito esercito italiano (C.I.L.) e in particolare
nella Brigata Maiella che aveva partecipato alla liberazione di Arcevia. Il
20 agosto del 1944 si costituì il
plotone “S. Angelo” nel ricordo dei martiri arceviesi. Questo
plotone prese parte a tutte le battaglie che contraddistinsero per
coraggio e per eroismo la Brigata Maiella: dalla liberazione di Pesaro
avvenuta il 2 settembre 1944 alla liberazione di Castel S. Pietro
(Bologna) avvenuta il 21 aprile 1945. Altri
due partigiani che avevano combattuto nelle nostre formazioni, trovarono
la morte nelle battaglie della Brigata Maiella: Luciano La Marca e
Franco Lalia. La Brigata Maiella si sciolse il 15 luglio 1945 e con il suo scioglimento ebbe termine il contributo di Arcevia alla lotta di Liberazione Nazionale: il comandante del plotone Sant'Angelo ricevette per l'intero suo gruppo di patrioti due attestati ufficiali di stima ed elogio da parte del Comandante la 3° Compagnia della Brigata Maiella. Dopo
il passaggio del fronte – dalla Liberazione alla Costituzione E' del 12 agosto 1944 l'ultima
notizia di guerra nel territorio arceviese e riguarda la zona di
Nidastore, posta all'estremo nord del comune. I tedeschi in ritirata
sparano gli ultimi e furiosi colpi di artiglieria, colpendo anche
l'ambulatorio medico e l'asilo infantile dell'Istituzione " Uomini
di Nidastore": nel frattempo giunge notizia che un giovane
contadino era stato gravemente colpito dall'esplosione di una mina che
gli aveva maciullato una gamba. Incuranti di ogni pericolo, due suore,
suor Francesca e suor Giustina, partono pre prestare soccorso e
percorrono circa due chilometri tra gli scoppi di ben 45 granate:
nonostante ciò e opponendosi anche a una pattuglia tedesca che tentava
di fermarle riescono a compiere la loro generosa missione. La ripresa della normalità della
vita quotidiana riguarda anche il lavoro dei contadini e dei minatori. La trebbiatura del grano nell'estate del 1944
costituiva un vero pensiero per i contadini della zona. Già la
mietitura non era stata agevole sia per lo sfaldarsi dei nuclei
familiari, sia per l'inclemenza del tempo, sia per il passaggio degli
eserciti accompagnato sempre da inevitabili ruberie e distruzioni. Oltre
a queste difficoltà concrete i contadini temevano che una volta
trebbiato il grano esso potesse diventare facile preda delle
requisizioni tedesche e allora si era preferito rinviare la trebbiatura
a dopo la ritirata tedesca. Parallelamente mentre i comandanti
partigiani, per salvare il grano, premevano perchè le trebbiatrici non
uscissero dai magazzini e non si presentassero sulle aie, Il Prefetto di
Ancona di contro sollecitava i commissari prefettizi e i comandi di
presidio della G.N.R. a vigilare perchè tutti i possessori di
trebbiatrici provvedessero in tempi brevissimi a renderle efficienti per
la trebbiatura e a dichiarare la loro localizzazione. Subito dopo la
Liberazione, in molte zone anche a settembre, i contadini riuscirono a
trebbiare. Il carburante per queste lavori venne fornito dall'esercito
alleato. Le preoccupazioni per la bontà del raccolto furono smentite
dai fatti: nonostante il ritardo e le piogge la produzione fu abbondante
e di buona qualità. Nel settembre del 1944 riprendeva l'attività della
miniera di zolfo di Cabernardi, dopo la distruzione parziale degli
impianti provocata dai tedeschi, non senza tensioni perchè viene negato
il lavoro a molti minatori colpevoli di non aver risposto alla chiamata
alle armi. Dopo vent'anni di dittatura fascista ci fu una manifestazione
di protesta, la prima di una serie che sarebbe stata molto lunga. Una
cinquantina di minatori rimasti senza lavoro prese d'assedio i locali
della Direzione dove si era asserragliato il direttore, l'ingegner
Zamboni, riuscendo rapidamente ad essere riassunti in miniera. La
ripresa fu molto graduale e si ritornò alla normalità solo all'inizio
di agosto 1945 dopo la ricostruzione di tutti gli impianti esterni e
l'ultimazione della linea elettrica che alimentava la miniera. La
produzione del 1945 fu conseguentemente molto bassa, arrivando a fondere
appena 5000 tonnellate di zolfo tra Cabernardi e Percozzone. Solo nel
1946 nel clima della piena ricostruzione che stava attraversando
l'intero paese, la miniera di Cabernardi ritornò alla sua normalità
produttiva. Il giorno stesso della Liberazione
del capoluogo di Arcevia, il capo del Comune, Giuseppe Severini, in un
manifesto rivolto alla popolazione così comunica la sua nomina:
"...Avvenuta la Liberazione del nostro comune da parte delle
vittoriose truppe alleate, con il consenso delle competenti autorità
militari di occupazione, assumo, quale membro del comitato nazionale di
liberazione, la carica e le funzioni di capo del comune...".
Successivamente, nominati dal prefetto, in qualità di massima autorità
amministrativa territoriale, saranno nominati sindaci Giuseppe Terni dal
16 dicembre 1944 e Amedeo Pianelli dall'11 marzo 1945. Finalmente si ristabiliscono le regole della democrazia
rappresentativa, con i partiti che potevano riprendere a svolgere senza
divieti la propria attività. Il 18 marzo 1946 si svolsero le elezioni
comunali con - per la prima volta in Italia - il sistema del suffragio
universale, cioè con il diritto di voto a tutti i cittadini maggiorenni
maschi e femmine. In Arcevia risultò vincitrice la lista che
comprendeva quei partiti - comunisti, socialisti, repubblicani e altri
minori - che si dichiaravano apertamente favorevoli alla repubblica: la
campagna elettorale si svolse in un clima molto appassionato e con
grande partecipazione di cittadini ai comizi e alle varie riunioni di
partito. Su 7788 iscritti andarono a votare in 6561: adottando il
sistema maggioritario, la lista cosiddetta "socialcomunista"
ottenne 4476 voti e 24 consiglieri (Francolini Leone, Pianelli Amedeo,
Giorgi Giulio, Giovannetti Sesto, Cenci Luigi, Antonelli Armando,
Boria Achille,Olivi Amilcare, Silvi Gherardo e Angelelli Livio
per il Partito Socialista;Ceccarelli Ruggero per il Partito
Demolaburista; Ginesi Attilio per il Partito Repubblicano; Montanari
Quinto, Avenanti Attilio, Bomprezzi Sabatino, Petrolati Ernesto,
Agostinelli Vinnico, Quattrini Vincenzo, Landi Primo, Giacchini Arnaldo,
Rossi Torindo, Mancinelli Dante, Paolinelli
Angelo e Casoli Giovanni per il Partito Comunista), la lista
democristiana ottenne 1673 voti e 6 consiglieri (Simoncelli Giuseppe,
Banci Tito,Villani Ezio, Meschini Dante, Armezzani Carlo e Pencarelli
Angelo). Il 7 aprile 1946 si riunisce il primo consiglio comunale eletto
democraticamente dopo la fine del fascismo: il socialista Leone
Francolini con 21 voti diventa Sindaco; la Giunta risulta composta da
cinque assessori effettivi (Arnaldo Giacchini, Attilio Avenanti, Torindo
Rossi per il partito comunista, Attilio Ginesi per il partito
repubblicano e Amedeo Pianelli per il partito socialista) e due
assessori supplenti ( Vinnico Agostinelli del PCI e Sesto Giovannetti
del PSI). Il 2 giugno 1946 si svolsero il
referendum per scegliere fra monarchia e repubblica la forma
istituzionale dello Stato e le elezioni per scegliere i componenti
dell'Assemblea Costituente, che avrebbero dovuto elaborare il testo
della Costituzione, che entrerà in vigore il 1° gennaio 1948. In Arcevia il risultato del
referendum sulla forma istituzionale fu il seguente: Voti validi alla Repubblica: 5342,
pari all'81% Voti validi alla Monarchia: 1291,
pari al 19% Su un totale di 7202 votanti (
pari ad una elevatissima affluenza alle urne del 94% degli elettori) si
registrarono anche: 479 schede bianche, 88 schede nulle e 2 voti
contestati e non attribuiti alla Monarchia. Questo risultato per la Repubblica
fu molto al di sopra e del risultato regionale ( + 10%) e del risultato
nazionale ( +26% ). La percentuale più alta dei voti favorevoli alla
Repubblica fu espressa nel seggio n. 7 di Costa dove raggiunse ben il
90% ( fu proprio nel territorio di Costa che si svolse l'eccidio del
Monte Sant'Angelo). In Arcevia il risultato delle
elezioni dei deputati all'Assemblea Costituente fu il seguente: Elettori: 7697 Votanti: 7202, pari al 94% Voti validi attribuiti: 6469 Schede bianche: 383 Schede nulle: 342 Voti contestati e non attribuiti:
8 Partito Comunista: 3092 ( 47,8%) Unione Democratica Nazionale: 121
( 1,9%) Partito Repubblicano: 347 ( 5,4%) Partito d'Azione: 59 ( 0,9%) Unione Democartica Indipendente:
103 ( 1,6%) Partito Socialista: 1264 ( 19,5%) Fronte dell'Uomo Qualunque: 274 (
4,2%) Partito Democratico Cristiano:
1209 ( 18,7%) Il partito che raccoglie più
consensi è quello comunista in quanto, con una struttura organizzativa
già formata nel pieno della lotta partigiana, è quello che mostra
maggiore vitalità: la sua influenza è soprattutto in direzione dei
contadini mezzadri, che rappresentano la stragrande maggioranza dei
lavoratori della terra, e dei nuclei operai formati da minatori,
fornaciai e cavatori di pietra. Un'altra sicura ragione di questo
successo è dovuta al suo netto schierarsi a favore della Repubblica,
mettendo in evidenza le colpe e le responsabilità della Monarchia
nell'aver fatto subire al popolo italiano oltre venti anni di dittatura
fascista e tanti soldati
morti su tanti fronti di guerra.
Elenco generale dei Caduti Partigiani nella Resistenza Arceviese Caduti a Monte S. Angelo ALBERTINI Mario BARCHIESI Vittorio BIAGETTI Italo BRUTTI Igino CANIGIANI Michele DOMINICI Giulio ERCOLANI Elio FABBRETTI Ferris FRABONI Primo GERMONTARI Walter GIOVANNINI Vincenzo LATIERI Giuseppe LORETELLI Giuseppe MAGNANI Americo MANONI Onelio MAZZARINI Maria MAZZARINI Marino MAZZARINI Nello MAZZARINI Palmira MAZZARINI Pietro MAZZARINI CECCHINI Rosa MAZZARINI Santa MATTEI Giuseppe ROSSI Giuseppe ROSSI Nazzareno SARGENTI Nazzareno SPOLETINI Gino TERZI Umberto VANNINI Edgardo VENTURI Elio JURAGA Francesco (Frane) Jugoslavo JURAGA Stefano (Stipe) Jugoslavo MARTINOVIC Lorenzo (Lovro) Jugoslavo ANGELO di Campobasso Fucilati a Montefortino BIAGIOLI Eugenio BIANCHETTI Tommaso BORDI Luigi BORDI Mario BRAMUCCI Primo BUSSOLETTI Adelmo ESPOSTO GASPARETTI Domenico LENCI Giuseppe MANCINI Giulio SILVI Andrea TERZONI Mario Fucilati in Arcevia CAPANNINI Eraclio LATIERI Giuseppe LATINI Remo MILLETTI Giuseppe MORICI Palmarino PATRIGNANI Marino SCIPIONI Dealdo Fucilati per rappresaglia BAIONI Augusto BALDETTI Cesare BONVINI Aldo CECCHINI Cesare ROMAGNOLI Pietro ROMAGNOLI Romolo TELARI VENANZONI Annamaria TELARI Pietro VENANZONI Enrico Partigiani del XV Plotone S. Angelo nella Brigata
Maiella LALIA Franco LA MARCA Luciano Deportati nei campi di concentramento in Germania CARBONI Luigi SANTINI Giorgio Caduti per cause diverse BANCI Silvio (deceduto per esplosione mina) FIRSOVA Tamara (russa - deceduta per malattia)
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