La Resistenza


a) Contributo della popolazione di Arcevia alla lotta partigiana
I cittadini di Arcevia chiamati alle armi nell'ultimo conflitto mondiale furono circa 2500. Di questi 150 non fecero ritorno alle loro case, tra caduti in combattimenti nei vari fronti e dispersi.
L'argomento tuttavia che si vuol trattare e documentare di questo periodo storico, è rappresentato dal contributo della gente di Arcevia alla guerra di Liberazione Nazionale che certamente rappresenta una delle pagine più gloriose della sua storia.
A seguito dello sbandamento generale dell'esercito italiano succedutosi alla dichiarazione di armistizio da parte del governo Badoglio nell'8 settembre 1943, gran parte dei militari in servizio nel territorio metropolitano fece ritorno nelle loro case, nonostante le autorità tedesche di occupazione avessero fatto affiggere dei manifesti con minacce di morte contro quanti disertassero.
Molti giovani stanchi della guerra che non avevano mai condiviso nelle sue finalità e mossi dall'avversione verso gli occupanti tedeschi, preferirono raggiungere le formazioni Partigiane che intanto si andavano costituendo nelle nostre montagne.
Anche decine di prigionieri stranieri, soprattutto jugoslavi, fuggiti dopo l'8 settembre dal campo di concentramento di Arezzo, raggiunsero a piedi il nostro territorio trovando ospitalità presso alcune famiglie. Molti di questi prigionieri poi andarono a raggiungere le formazioni partigiane in montagna.
Se oggi Arcevia e Ribnica (cittadina della Slovenia) sono unite da un Patto di Amicizia, consacrato ufficialmente nel gemellaggio del 1972, si deve proprio alla lotta partigiana condotta insieme contro il comune nemico nazi-fascista e per gli stessi ideali di libertà , di giustizia sociale e di pace.
Certamente favorirono il il sorgere e lo svilupparsi della lotta partigiana sia la natura montagnosa del nostro territorio, cosparso di spesse boscaglie di querce, di pino e di altri alberi, sia soprattutto le tradizioni patriottiche e progressiste radicate nella sua popolazione e risalenti al primo Risorgimento e agli anni immediatamente successivi alla fine della prima grande guerra mondiale.
Questi sentimenti di patriottismo e di emancipazione politica rimasero sopite, ma non cancellate nella coscienza degli arceviesi durante il ventennio fascista.
Furono proprio queste caratteristiche a determinare la piena adesione di gran parte della popolazione e, in particolare, dei contadini alla lotta della Liberazione Nazionale.
Ben presto le case coloniche diventarono le nostre caserme e le sedi dei comandi militari e partigiani; le stalle, i fienili e le capanne si trasformarono in dormitori; le loro povere dispense diventarono le fonti principali del nostro sostentamento.
I contadini preferirono dare quel poco che avevano ai partigiani, piuttosto che versare agli ammassi determinate quantità di derrate alimentari anche con il rischio di forti minacce per questa loro inadempienza.
Per questo pieno appoggio dei contadini alla resistenza decine di case coloniche furono date alle fiamme e molti di loro persero la vita per aver dato alloggio ai partigiani.
Ne sono una testimonianza la famiglia colonica Mazzarini, che a Monte S.Angelo aveva ospitato nella sua abitazione il gruppo partigiano omonimo.
La loro casa venne distrutta completamente e sette componenti della famiglia, compresa la piccola Palmina, di sei anni, vennero massacrati nel rastrellamento nazi-fascista del 4/5/1944.
Si salvarono solo i tre figli a servizio presso le famiglie della zona.
Altra testimonianza è data dalla famiglia contadina Romagnoli di Ripalta. Il padre Pietro ed il figlio Romolo furono fucilati dai tedeschi per aver dato ospitalità al distaccamento "Patrignani Marino" e la loro casa venne data alle fiamme.
Così pure i coniugi Talari Pietro e Venanzoni Maria di Avacelli vennero fucilati e la loro casa distrutta.
La stessa sorte subì il mezzadro Baioni Augusto.
Altre abitazioni coloniche che ospitarono i partigiani furono quelle di Romani Massimo di S.Croce e di Carbini Nazzareno di Castiglioni.
Furono sedi del comando militare partigiano la casa colonica del partigiano Petrolati Ernesto di Magnadorsa. Tra i partigiani e i suoi familiari si stabilirono rapporti di amicizia così intensi che la "Capoccia" veniva da tutti chiamata "Mamma Teresa".
Altra sede fissa per le riunioni del Comando partigiano fu la casa colonica di Profili Oreste di Castiglioni. Tra il comandante di zona, Quinto Luna e lo stesso Oreste si stabilirono quegli stessi rapporti affettivi che passano fra due fratelli.
Si è voluto mettere in evidenza queste testimonianze e i profondi sentimenti di amicizia che legavano i partigiani e le famiglie dei contadini che li ospitavano per mettere in risalto il ruolo determinante svolto dai contadini nella guerra partigiana e per il suo successo.
Ma tutto questo tuttavia non significa affatto che altre categorie di cittadini, come gli operai, gli artigiani, gli imprenditori, i professionisti e gli studenti, non avessero partecipato con spirito di completa dedizione e di abnegazione alla lotta partigiana.
Anche le donne presero parte a questa lotta, impegnandosi particolarmente nell'importante servizio di staffetta per tenere i collegamenti tra i vari gruppi partigiani e tra questi e il comando militare di zona.
Infine, in cifre, quello che è stato il contributo di sacrifici di sangue e di danni materiali subiti da Arcevia e dalla sua gente nella guerra di Liberazione Nazionale.
1) Partigiani combattenti e patrioti riconosciuti dalla Commissione Regionale Marchigiana n. 446;
2) Partigiani caduti in combattimento e fucilati per rappresaglia n. 68 di cui n. 42 arceviesi;
3) Giovani di Arcevia fatti prigionieri nel rastrellamento del 4/5/1944 e condotti nel campo di concentramento di Sforzacosta n. 70 di cui due morti nei campi di concentramento in Germania e soldati morti nei campi campi di concentramento in Germania n. 9;
4) Civili caduti a seguito di bombardamenti aerei, di artiglieria e esplosioni di mine n. 18;
5) Partigiani decorati di medaglia d'argento n. 8;
6) Abitazioni incendiate per rappresaglia n. 15;
7) Perdite nemiche: caduti in combattimento e giustiziati n. 60;
8) Materiale bellico catturato al nemico: moschetti n. 62, fucili mitragliatori n. 6, mitragliatrici pesanti n. 3, pistole n. 14, munizioni varie n. 12.000;
9) Ponti distrutti n. 32.


b) Attività partigiane
Questa parte della relazione è tratta dai ruolini dei comandanti e dei commissari politici partigiani, i cui testi originali sono depositati presso l'Archivio Storico dell'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione delle Marche e presso l'Ufficio per il Servizio Riconoscimento Qualifiche e Ricompense ai partigiani del Ministero della Difesa.
Questo testo pertanto rappresenta una sintesi degli azioni di guerra più importanti, che hanno caratterizzato la lotta partigiana arceviese nel rispetto più puntuale dell'ordine cronologico dei fatti e alla luce di testimonianze dirette da parte di protagonisti partigiani ancora viventi.
Subito dopo l'8 settembre 1943 in Arcevia non tardano a sorgere i primi nuclei partigiani e a costituirsi il Comitato di Liberazione Nazionale con la partecipazione di rappresentanti dei vari partiti antifascisti allora organizzati, presieduto da un noto antifascista e perseguitato politico, Mario Zingaretti, originario di Arcevia e sfollato in quel periodo da Ancona.
Le formazioni partigiane operanti nel territorio comunale in tutto il periodo della resistenza furono: il distaccamento "S.Angelo", comandante Avenanti Attilio (Polli) e commissario politico Renato Bramucci (Uliano); il distaccamento "Patrignani Marino", comandante Gino Lazzari (Leò) e commissario politico Arnaldo Giacchini (Uliano); il distaccamento "Alessandro Maggini", comandante Domenico Biancini (Sirio), e commissario politico Cornelio Ciurmatori (Bibì).
Inoltre nel territorio operavano i seguenti gruppi di azione patriottica: il G.A.P. di S.Mariano, comandante Gino Sopranzetti; il G.A.P. di Castiglioni, comandante Nerio Giovanetti; il G.A.P. di Loretello, comandante Attilio Belardinelli.
Il comando di zona era formato da Quinto Luna (Simone), da Alberto Galeazzi (Alba) e da Alfredo Spadellini (Frillo), già volontario in Spagna nelle brigate internazionali.
Le prime azioni partigiane furono dirette al recupero delle armi, alla assistenza di prigionieri stranieri, fuggiti dai campi di concentramento e degli sfollati e all'approvvigionamento di viveri per la popolazione.
Il 24 dicembre 1943 divenne operativo il primo raggruppamento partigiano a Monte S.Angelo, composto inizialmente di 18 uomini, armati di moschetto, di fucili da caccia e di qualche bomba a mano.
Il 20 gennaio del 1944, il gruppo attaccò la caserma dei carabinieri e militi di Montecarotto, al solo scopo di impadronirsi delle armi ma per il rifiuto opposto dal comandante della caserma, fu aperto il fuoco e due militi rimasero uccisi; riportarono ferite anche due partigiani.
Dopo questa azione il comando del gruppo "S.Angelo" passò al partigiano Domenico Biancini a causa di una malattia del comandante Attilio Avenanti.
Il 2 febbraio 1944 alcuni partigiani del gruppo "S.Angelo" si unirono alle formazioni partigiane del fabrianese per dare l'assalto ad un treno fermo nella stazione di Albacina, carico di 720 giovani, prelevati in diverse città d'Italia per essere deportati in Germania.
Ne nacque una violenta sparatoria contro la scorta del treno e nel combattimento due partigiani rimasero uccisi, ma l'operazione riuscì nel suo intento di liberare quei giovani. Anzi uno di questi, Bollati Luigi di Milano, entrò poi a far parte del nostro gruppo partigiano.
Il 6 febbraio 1944 il gruppo "S.Angelo" si portò presso il deposito di armi e di equipaggiamenti vari del presidio fascista di Arcevia e si impadronì di cinque moschetti, di munizioni varie, di coperte e cappotti.
Prelevò anche alcuni quintali di sale che in gran parte venne distribuito alla popolazione.
Sempre in questo periodo vennero perquisite alcune abitazioni di fascisti e un deposito di armi nella stazione ferroviaria di Senigallia.
Questa operazione fruttò il seguente bottino: 6 fucili mitragliatori, 60 moschetti, una mitragliatrice pesante, 3 casse di bombe a mano e di munizioni varie.
Con questo materiale bellico è stato possibile armare più adeguatamente il gruppo "S.Angelo" che intanto si andava sempre più arricchendo di nuovi elementi.
Dopo due attacchi alla posizione tenuta dal gruppo S.Angelo da parte dei militi della della Guardia Nazionale Repubblicana di stanza a Cabernardi, il 17 aprile 1944 venne effettuato l'assalto al presidio fascista, posto a guardia della miniera di zolfo di Cabernardi. La sorprea e la buona conduzione portarono al pieno successo. Tutto il presidio composto in quel momento di 13 militi si arrese. La baracca che serviva da dormitorio al presidio venne bruciata; mentre un milite fascista rimasto ferito nello scontro venne ricoverato all'ospedale di Arcevia, gli altri militi furono portati al Monte Sant'Angelo dove furono tenuti prigionieri sotto stretta sorveglianza. Abbondante è stato il bottino di guerra: 4 mitra "Beretta", un fucile mitragliatore, 7 moschetti, mezza cassa di bombe a mano, una cassa di munizioni e una pistola. Nel pomeriggio dello stesso giorno circa 50 fascisti armati sopraggiunsero nella zona del Monte Sant'Angelo per attaccare il gruppo e liberare i camerati prigionieri. Allertati dalle sentinelle, i partigiani si predisposero a una pronta difesa adottando la tecnica dell'accerchiamento. Dopo un'ora e mezza di sparatoria, i fascisti si sganciarono e ripiegarono in fuga precipitosa portandosi dietro alcuni feriti; da parte partigiana non si ebbe a subire alcuna perdita.
Il 27 aprile 1944 lungo la strada Arcevia-Sassoferrato venne bloccata una pattuglia fascista a bordo di una moto "Alce". I due militi vennero fatti prigionieri e portati a Monte S.Angelo, venne sequestrata la moto, due mitra e una pistola.
Nello stesso giorno venne catturata una spia fascista in possesso di una pistola e passata per le armi.
Praticamente tutto il vasto territorio del Comune era sotto il controllo dei partigiani.
Ad Arcevia e in altre località del Comune dopo oltre vent'anni si poté celebrare con canti e sventolio di bandiere la giornata del 1° maggio, festa simbolo dei lavoratori.
Questa situazione aveva così allarmato e gettato nel panico il presidio fascista di Arcevia, le autorità repubblichine e i collaboratori civili dei nazi-fascisti da indurli a richiedere rinforzi alle SS tedesche per una lezione esemplare e radicale alle forze partigiane.
Correva infatti sempre più insistente la voce di un imminente rastrellamento nemico.
Il comando partigiano in previsione di questo rastrellamento, impartì l'ordine al gruppo "S.Angelo" di dividersi in gruppi e di portarsi in tre direzioni diverse; uno in località S.Donnino di Genga, un altro in località Avacelli di Arcevia e il terzo in località Colonnetta di Serra de' Conti. A Monte S.Angelo dovevano rimanere soltanto pochi partigiani a bada dei prigionieri fascisti, pronti a fuggire alle prime avvisaglie dell'azione nemica.
Ma un fatto sconcertante si verificò nella tarda serata del 3 maggio 1944.
Una formazione partigiana, proveniente da Vaccarile di Ostra al comando di Manoni Onelio, già brigadiere dei carabinieri , nell'ambito di una riorganizzazione di tutte le forze partigiane locali doveva raggiungere San Donnino, ma giunta in camion a Montefortino decise di fermarsi al Monte Sant'Angelo, dove
si unì a quei pochi partigiani, rimasti a guardia dei prigionieri fascisti e, per la stanchezza dello spostamento , decise di pernottare nella casa colonica.
Alle prime luci dell'alba del 4 maggio 1944 circa duemila soldati tedeschi e fascisti con autoblinde, cannoni, mortai e lanciafiamme hanno dato l'assalto al Monte S.Angelo. Nei pressi della casa colonica si accese una cruenta ed impari battaglia tra le soverchianti forze nemiche ed i pochi partigiani che spararono fino all'ultimo colpo.
Soltanto alcuni partigiani riuscirono a rompere l'accerchiamento e a mettersi in salvo; tutti gli altri, compresi sette componenti della famiglia Mazzarini e tre partigiani jugoslavi persero la vita nel combattimento.
Nemmeno la piccola Palmina, stretta tra le braccia della mamma, venne risparmiata dalla furia nazi-fascista.
Nella furia della battaglia morirono anche i prigionieri fascisti
Dopo aver portato a termine il massacro di Monte S.Angelo, i nazi-fascisti si portarono a Montefortino, dando la caccia al partigiano di casa in casa.
Vennero presi undici partigiani, i quali, dopo essere stati denunciati, punzecchiati con le baionette, torturati ed alcuni anche evirati, vennero fucilati e i loro corpi gettati in un fosso.
Altri sette partigiani, fatti prigionieri in varie località del territorio comunale furono portati sotto le mura di S.Rocco di Arcevia e alla presenza della cittadinanza, costretta ad assistere, vennero fucilati.
Nei giorni successivi vennero fatti prigionieri altri settanta giovani arceviesi e condotti nel campo di concentramento di Sforzacosta (Macerata).
Molti di questi riuscirono a fuggire, ma gli altri vennero condotti in Germania nei campi di concentramento. Due di loro: Carboni Luigi e Santini Giorgio morirono nei lager nazisti.
Atti di vero eroismo accompagnarono queste tragiche vicende.
Una filandaia Armanda Grandini, dall'alto del finestrone della vecchia filanda, posta sopra le mura di S.Rocco, lanciò forte il grido di "assassini" in direzione del plotone di esecuzione.
Il partigiano Marino Patrignani, prima di venire fucilato, si cavò le scarpe e le scagliò contro il plotone di esecuzione, gridando: "Viva l'Italia libera".
Il partigiano Eraclio Cappannini, prima di salire sul camion che lo avrebbe trasportato nel luogo dell'esecuzione, raccolse per terra un pezzo di carta, dove scrisse una lettera commovente ai propri genitori.
Remo Latini nell'imminenza della fucilazione, al confessore Don Filippo Neri, ebbe a dichiarare: "perdono tutti anche i miei carnefici".
Questo giovane raggiunse le formazioni partigiane per non seguire il padre nella sua attività di ladruncolo di polli. E' stato poi il padre stesso a segnalarlo e a farlo catturare dai fascisti.
L'analisi storica della documentazione disponibile e delle testimonianze può ricondurre il tragico evento all'interno di questa interpretazione: da una parte la sicurezza delle forze partigiane nel controllo del territorio ( cui ad esempio doveva sottostare anche il commissario prefettizio), dall'altra la sottovalutazione del pericolo costituito dall'azione dell'esercito tedesco in ritirata dal sud delle Marche, che, coadiuvato dai più tenaci sostenitori del regime, tendeva a fare terra bruciata alle sue spalle.
I rastrellamenti nazi-fascisti causarono nell'animo dei partigiani un senso profondo di sgomento e di amarezza per la perdita di tanti compagni di lotta, ma non certamente la disperazione ed il cedimento; anzi un a grande volontà di continuare la lotta fino in fondo.
Infatti il 17 maggio 1944 tutti i partigiani superstiti si portarono nella macchia di Fugiano, posta tra Castiglioni e Avacelli e lì, assieme ai comandanti di zona, si decise di dar vita a due nuove formazioni partigiane: al distaccamento "Patrignani" e la distaccamento "Maggini".
La guerriglia così riprese ben presto con maggiore slancio, con più rapidità di movimenti e con più efficacia di colpi inferti al nemico.
Della ripresa della lotta partigiana lo testimonia un documento segreto dell'esercito tedesco trovato addosso ad un militare, ucciso in combattimento dai partigiani del Montefeltro (Urbino).
In questo documento la strada principale che dalla Costa conduce in Arcevia viene indicata con una linea rossa continua da percorrersi solo con la scorta armata.
Il 25 maggio 1944 il distaccamento Maggini lungo la strada rotabile Montale-Barbara bloccò una corriera che trasportava dei giovani rastrellati che vennero liberati e il milite che li accompagnava, padre di sei figli, venne disarmato e lasciato libero.
Il 30 maggio 1944 i due distaccamenti, il "Maggini" e il "Patrignani" con i G.A.P. di Castiglioni occuparono Serra de' Conti. Vennero disarmati i carabinieri della stazione; venne passata per le mani una spia fascista e venne fatto saltare un ponte di quattro arcate in località Piana lungo la strada rotabile Serra de' Conti-Senigallia.
Il primo giugno il distaccamento "Patrignani" nei pressi di Montale fermò il famigerato signore della milizia, Vito Cappellini di Fano, che transitava a bordo della sua macchina e venne passato per le armi.
Il 3 giugno in località Colonnetta, i partigiani del "Patrignani", aprirono il fuoco contro il commissario di Arcevia Giorgetti, e la sua scorta. Ma a causa dell'inceppamento del fucile mitragliatore il Giorgetti riuscì a portarsi fuori tiro e a salvarsi, ma i quattro militi della sua scorta rimasero sul terreno. Dopo alcuni giorni venne ucciso per rappresaglia il partigiano Baldetti Cesare.
Il 5 giugno i partigiani dei due distaccamenti occuparono il Comune di Genga; vennero interrotte le comunicazioni telegrafiche e telefoniche e nei pressi della stazione ferroviaria venne aperto il fuoco contro una macchina con a bordo due soldati tedeschi, di cui uno venne ucciso e l'altro ferito gravemente. Nell'operazione vennero sottratti un parabellum e due pistole.
Nei giorni successivi furono fatti saltare con la dinamite diversi ponti stradali per rendere più difficile gli spostamenti e il ripiegamento del nemico lungo le rotabili Arcevia-Jesi, Arcevia-Senigallia, Arcevia-Serra S.Quirico, Arcevia-Fabriano, Arcevia-Pergola.
Il 10 giugno il distaccamento "Patrignani", avvertito da una staffetta sul passaggio del nemico, si mise all'inseguimento delle truppe tedesche in ritirata lungo la strada Ripalta-Castelleone di Suasa, ma per il sopraggiungere della notte e nella impossibilità di stabilire il contatto con il nemico, venne deciso di sospendere l'inseguimento. Nella via del ritorno al cigolare di un carro e al rumere degli zoccoli di un cavallo venne aperto il fuoco. Dalla sparatoria che ne seguì, due soldati tedeschi rimasero uccisi, ma il cavallo si salvò senza riportare nemmeno una scalfittura.
Questo fatto strano è potuto accadere perché il cavallo ai primi spari fece marcia indietro e ritornò nella sua stalla dalla quale qualche ora prima era stato prelevato dai due soldati tedeschi che ora giacevano morti nel carretto.
Il 12 e il 13 giugno il distaccamento "Maggini" occupò il capoluogo di Barbara e di Castelleone di Suasa. Dopo aver tagliato i cavi telefonici vennero disarmati i carabinieri e si fece il seguente bottino: 8 moschetti, 20 caricatori e diverse bombe a mano.
Il 15 giugno gli uomini del distaccamento "Maggini" si portarono nella miniera di Cabernardi, disarmarono i militi di quella stazione e dal deposito asportarono un notevole quantitativo di esplosivo.
Il 23 giugno i partigiani dei due distaccamenti in una azione combinata appostati su due alture diverse, aprirono il fuoco contro una colonna tedesca ippo-trainata in ritirata. La battaglia si protrasse per circa mezz'ora con il seguente risultato: otto soldati tedeschi e due cavalli uccisi, altri feriti; molto materiale bellico andato distrutto o irrecuperabile per il rovesciamento di un carro lungo un burrone. Da parte partigiana andò perduto un fucile mitragliatore, fatto saltare dallo scoppio di una bomba.
Il 25 giugno i due distaccamenti in collaborazione con il G.A.P. di Castiglioni nei pressi della località "Croce del Moro", tesero un'imboscata ad un reparto tedesco a cavallo in ritirata.
Nella sparatoria che ne seguì i tedeschi persero quattro cavalli e abbandonarono un cannone da 149 prolungato, reso poi inservibile per l'impossibilità di trasportarlo.
Il 2 luglio i partigiani del distaccamento "Patrignani" aprirono il fuoco contro una moto carrozzina con tre tedeschi a bordo lungo la strada Arcevia-Conce. I tre tedeschi rimasero uccisi e venne fatto il seguente bottino: due parabellum e una pistola.
Nella notte tra il 13 e il 14 luglio 1944 il distaccamento "Patrignani" in collaborazione con il G.A.P. di S.Mariano occupò il capoluogo di Arcevia bloccando tutte le strade di accesso. Su indicazione del comando militare di zona e del C.L.N. prelevarono dalle loro case tredici persone accusate di spionaggio a favore dei tedeschi, e in località "Madonna dei Monti", dopo un processo sommario furono passate per le armi.
Il fronte alleato avanzava verso nord, ma la guerra continuava
Nel pomeriggio del 14 luglio due tedeschi in motocicletta vengono intercettati sulla strada Montefortino-Palazzo intenti al sequestro di generi alimentari in possesso dei civili: vengono attaccati e disarmati. Il materiale loro sequestrato venne restituito ai legittimi proprietari. Le rivoltelle e la motocicletta vennero messe a disposizione degli uomini del distaccamento S.Angelo.
Il 29 luglio del 1944 i tedeschi in fase di ritirata con pezzi di artiglieria piazzati lungo la Collina di Piticchio cannoneggiarono la frazione di Castiglioni, causando cinque morti e diversi feriti.
Il 30 luglio sempre nella Collina di Piticchio un contadino uccise un soldato tedesco, responsabile di aver stuprato una donna.
Per rappresaglia oltre cento ostaggi tra anziani, donne e bambini vennero racchiusi in una capanna e minacciati di morte, se entro ventiquattro ore non si fosse presentato il responsabile dell'uccisione del soltanto tedesco.
Fortunatamente questa carneficina non ebbe più luogo perché l'artiglieria degli alleati che avevano già liberato Montecarotto, su segnalazione dei partigiani iniziarono a cannoneggiare le posizioni, dove erano accampati i tedeschi, costringendoli a darsi alla fuga.
La Liberazione era vicina: d'ordine del Comando tedesco, in due note del Comune datate 21 luglio e 1° agosto si intima a tutti i possessori di autovetture, autocarri, motociclette, biciclette, pneumatici, benzina, benzolo e olio lubrificante di consegnare immediatamente tali materiali. Gli avvisi concludono minacciosamente che "tutti coloro che, a seguito di perquisizione domiciliare, verranno trovati in possesso di detti materiali saranno passati per le armi"
Il 9 agosto infine, quando già il capoluogo di Arcevia era stato liberato dalla Brigata Maiella, da reparti della Nembo e dalle truppe polacche, in località Ripalta di Arcevia un contadino, Cecchini Cesare, nonno dell'ex vescovo di Fano, venne ucciso dai tedeschi, perché responsabile di aver indicato alle truppe alleate la posizione delle mine, messe nel campo, che lui lavorava.
La collaborazione dei partigiani con gli alleati si manifestò anche con lo sminamento delle strade non appena i tedeschi si ritiravano dalle postazioni e con l'indicazione precisa dei luoghi del ripiegamento tedesco al fine di bombardamenti tempestivi e mirati.
Con la liberazione di Arcevia, avvenuta precisamente il 5 agosto 1944, non ebbe termine il contributo della sua gente alla lotta di Liberazione Nazionale. Molti partigiani arceviesi decisero di continuare a combattere fino alla completa liberazione della Patria, arruolandosi nei reparti del ricostituito esercito italiano (C.I.L.) e in particolare nella Brigata Maiella che aveva partecipato alla liberazione di Arcevia.
Il 20 agosto del 1944 si costituì il plotone "S. Angelo" nel ricordo dei martiri arceviesi. Questo plotone prese parte a tutte le battaglie che contraddistinsero per coraggio e per eroismo la Brigata Maiella: dalla liberazione di Pesaro avvenuta il 2 settembre 1944 alla liberazione di Castel S. Pietro (Bologna) avvenuta il 21 aprile 1945.
Altri due partigiani che avevano combattuto nelle nostre formazioni, trovarono la morte nelle battaglie della Brigata Maiella: Luciano La Marca e Franco Lalia.
La Brigata Maiella si sciolse il 15 luglio 1945 e con il suo scioglimento ebbe termine il contributo di Arcevia alla lotta di Liberazione Nazionale: il comandante del plotone Sant'Angelo ricevette per l'intero suo gruppo di patrioti due attestati ufficiali di stima ed elogio da parte del Comandante la 3° Compagnia della Brigata Maiella.